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COP 27. L’oggi è stato scelto ieri. Che cosa significa per il domani?

I numeri della COP continuano a crescere. 25,26,27.. ma stiamo andando avanti realmente? A poco più di una settimana dalla conclusione della Conferenza di Sharm el Sheikh, proviamo a riflettere sulle conseguenze di quanto accaduto e a fare luce sugli aspetti per noi più importanti.   Loss & Damage Fund. La lotta per il clima […]

I numeri della COP continuano a crescere. 25,26,27.. ma stiamo andando avanti realmente?

A poco più di una settimana dalla conclusione della Conferenza di Sharm el Sheikh, proviamo a riflettere sulle conseguenze di quanto accaduto e a fare luce sugli aspetti per noi più importanti.

 

Loss & Damage Fund. La lotta per il clima riguarda le persone, non solo l’ambiente.

Durante la COP27 in Egitto l’attenzione principale è stata rivolta alle tematiche di “Adaptation”, ovvero a tutte quelle azioni relative all’adattamento, alla resilienza e alla ricostruzione delle aree soggette agli effetti più catastrofici del cambiamento climatico. Questo aspetto, cosiddetto “Loss&Damage”, è strettamente connesso al concetto di giustizia climatica e rappresenta un nodo cruciale per i paesi in via di sviluppo, che maggiormente subiscono gli effetti più violenti del cambiamento climatico.

Il risultato più rilevante raggiunto durante i negoziati è stata la predisposizione di un Fondo “Loss&Damage”, richiesto a gran voce dal paese ospitante e da tutti gli altri paesi in via di sviluppo. Si tratta di uno strumento finanziario finalizzato a proteggere e “risarcire” i paesi più coinvolti dalle conseguenze dirette del cambiamento climatico. I criteri e i ruoli per la realizzazione del Fondo non sono stati definiti, così come i meccanismi di erogazione e i paesi che ne avranno diritto. Ci auspichiamo, pur nutrendo dei dubbi, che questi parametri possano essere formalizzati entro il 2023 e che la contrattazione rappresenti un primo tassello per coinvolgere anche ufficialmente le nazioni più industrializzate nel movimento globale che lotta in favore della giustizia climatica. 

Quanto emerso dalla COP contribuisce a far emergere e diffondere un tema fondamentale per gli addetti ai lavoro, ovvero che il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale, ma che riguarda anche le persone. Non solo quelle più svantaggiate, ma anche quelle che non sono ancora nate e che subiranno maggiormente i danni causati da altri.

Sostenibilità ambientale e sociale sono legate in maniera indissolubile, come lo sono la natura, i comportamenti delle persone e delle imprese e le relative conseguenze. In sintesi, sono interdipendenti. Per agire concretamente sarà dunque richiesto un approccio sistemico, che coinvolga istituzioni, imprese e società civile, e che porti ogni parte a riconoscere le proprie responsabilità e riparare i danni fatti.

Mitigazione: stiamo ancora puntando al target 1.5 °C?

Sempre durante la COP 27, l’UNEP, Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha annunciato che non esiste più una strada credibile per rimanere sotto la soglia degli 1,5 gradi Celsius di aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali.

Per raggiungere questo target dovremmo ridurre le emissioni a livello globale del 45% nei prossimi sette anni e mezzo, mentre sono destinate ad aumentare del 10% rispetto ai livelli del 2012. Sette anni fa, l’obiettivo di 1,5 °C sembrava ragionevole, alla COP27, questo tema ha suscitato un forte dibattito.

Da un lato, i detrattori dell’obiettivo 1.5 °C hanno sostenuto che dovrebbe essere eliminato perché fuorviante: avere un obiettivo specifico presenta un problema perenne, ovvero che è sempre raggiungibile – finché non lo è più. È così che le aziende produttrici di combustibili fossili e alcuni leader mondiali hanno usato questo target, come carta per giustificare l’inazione sulle emissioni.

Dall’altra parte, i sostenitori del mantenimento dell’obiettivo di 1,5°C hanno affermato che tutte le parti dovrebbero essere responsabili rispetto agli Accordi di Parigi e che il mancato raggiungimento dell’obiettivo significherebbe un danno climatico enorme. E non è possibile vivere bene o gestire un’azienda in un pianeta in crisi. Lo scenario di riscaldamento globale di 2°C complicherà e toglierà la vita a milioni di persone.
Possiamo leggere queste due posizioni tenendo in considerazione che l’obiettivo, anche se non per forza raggiungibile oggi per via della mancanza di impegni interdipendenti, è utile per dare un obiettivo concreto sul quale possono puntare aziende, istituzioni, governi etc.

Molti business leader e imprenditori hanno scelto di impegnarsi volontariamente a raggiungere la neutralità climatica, allineandosi con obiettivi basati sulla scienza, e adottando misure di mitigazione. Spesso anche in mancanza di leggi e norme specifiche sul clima. Tuttavia, questo non è sufficiente. Dobbiamo fare di più. 

Quello in cui crediamo, e che portiamo avanti attraverso CO2alizione Italia, è che le imprese, grazie alle loro risorse, velocità di esecuzione e know-how debbano mettere in campo tutte le proprie energie e collaborare tra loro, trovando e condividendo idee, soluzioni, pratiche virtuose. E parlando con la politica, contribuendo a sviluppare standard e azioni in grado di guidare una transizione a zero emissioni in tutta l’economia.

Una vetrina sui diritti umani

In questi giorni non si parla solo di COP27 ma anche di mondiali. I riflettori del mondo sono puntati in luoghi che ospitano eventi che hanno la capacità di stimolare, influenzare e cambiare il mondo. Luoghi, come nel caso dell’Egitto e del Qatar, dove sono evidenti le profonde tensioni tra il destino che si sta scrivendo e la realtà dei fatti.

Come può un paese come l’Egitto, dove i gruppi per i diritti umani segnalano dilaganti violazioni dei diritti umani e dove la libertà di espressione è repressa non solo tacendo la voce, ma spegnendo la vita, essere fulcro di decisioni chiave per la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta? Se lo sono chiesti in tanti in queste settimane, noi compresi.

Tuttavia vogliamo spingerci a guardare questi riflettori da un’altra prospettiva. Forse il punto di vista di chi questi diritti li ha. Di chi non vive la tensione, la paura e l’incertezza di quei luoghi. Ma anche di chi vive con disagio queste domande, perché sente l’urgenza di agire per un mondo che è ancora lontano dall’essere giusto, equo e inclusivo. E che vuole rendere queste tensioni “positive”, per contribuire a sbloccare il cambiamento. 

Questi eventi stanno avendo la capacità di raccontare e denunciare ciò che altrimenti rimarrebbe nell’ombra. Di generare una presa di coscienza come società civile, collettiva e interdipendente e che forse contribuirà a farci fare un passo avanti verso un futuro diverso e, forse, migliore, fatto di azione e collaborazione.

Ci auspichiamo che sarà così.

 

Fonte dei dati:

https://www.un.org/en/climatechange/net-zero-coalition

https://www.italiaclima.org/en/category/cop27-sharm-el-sheik-en/ https://unfccc.int/news/cop27-reaches-breakthrough-agreement-on-new-loss-and-damage-fund-for-vulnerable-countries

Il risultato più rilevante raggiunto durante i negoziati COP27 è stata la predisposizione di un Fondo “Loss&Damage”, richiesto a gran voce dal paese ospitante e da tutti gli altri paesi in via di sviluppo.
Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale, ma riguarda anche le persone. Non solo quelle più svantaggiate, ma anche quelle che non sono ancora nate e che subiranno maggiormente i danni causati da altri.
L’UNEP ha annunciato che non esiste più una strada credibile per rimanere sotto la soglia degli 1,5 gradi Celsius.
Per raggiungere questo target dovremmo ridurre le emissioni a livello globale del 45% nei prossimi sette anni e mezzo.
Come può un paese come l’Egitto, dove i gruppi per i diritti umani segnalano dilaganti violazioni dei diritti umani essere fulcro di decisioni chiave per la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta?